scalando scalini scaleni

2010 febbraio 3
di lineadombre

ξ

sono andata via, così lontano che non mi posso più raggiungere.

ogni tanto arrivano voci, dall’altra sponda del fiume.

guardo e sento.

guardo e sento.

guardo e sento.

che senso ha tutto quel chiasso?

da questa parte c’è il silenzio ad accogliermi.

c’è il fiume in mezzo e l’ho guadato, sputando acqua, soffiando via scorie e polvere, annaspando e toccando il fondo, fino a soffocare.

in qualche tratto era molto profondo.

e oscuro.

adesso sono qui e c’è una scala davanti a me.

ho messo il piede sul primo gradino, tastando incerta, la scala è ripida e stretta, spirale verticale.

non è facile.

addio, vecchio leone

2010 gennaio 26
di lineadombre

da quando ho memoria ho un incubo ricorrente.

in certi periodi, quando ero più giovane, veniva quasi tutte le notti a farmi compagnia, poi le sue visite si sono diradate, sostituite da altri sogni ed altri incubi.

ultimamente non arrivava quasi più.

per la verità non sempre era un leone, poteva prendere le sembianze di una tigre, di un branco di cani feroci, di un lupo; qualunque fosse la sua veste, si nascondeva in posti improbabili, i più sicuri ed abituali, mi saltava addosso aprendo la porta di casa, per esempio, e m’inseguiva sempre più da presso per divorarmi, fino a quando non mi risvegliavo di soprassalto, madida di sudore, il cuore in tumulto.

era talmente vivido che mi riusciva difficile credere, al risveglio, che si trattava soltanto di un sogno.

ci mettevo parecchio a riaddormentarmi.

non ne sentivo la mancanza, ma lui è tornato, qualche notte fa.

ricordo distintamente di aver pensato, ecco, ci risiamo, e ho cominciato a correre.

a un certo punto, però, eravamo entrati in acqua, un lago un fiume non saprei, mi sono stancata di scappare e mi sono girata verso di lui fronteggiando le sue fauci enormi e spalancate, ho tirato fuori una pistola, ho preso la mira con calma e, proprio mentre stavo per premere il grilletto, pufff è svanito, disintegrato, scomparso.

nell’aria è rimasto il suo ultimo sguardo stupito.

al risveglio ero molto soddisfatta ed allegra: maledetto leone ti ho fregato.

poveraccio, mi sa che invecchia anche lui.

viva

2010 gennaio 21
di lineadombre

ho cambiato ufficio, fuggendo gioiosamente e definitivamente dal Palazzo.

ora sto in un posto defilato di quelli che piacciono a me, in mezzo al verde multicolore della campagna. edifici bassi, architetture semplici e lo sguardo che finalmente può spaziare e ritemprarsi.

la cosa buffa è che ho scoperto di essere attorniata da circa un centinaio di esemplari maschili onusti di straordinaria bellezza, una folla di adoni alti e atletici, prestanti e testosteronici.

mai viste tante meravigliose creature tutte insieme.

stamane mi si è accostato uno di questi incredibili  e statuari gentiluomini che, folgorandomi con occhio più intenso che ceruleo e con un sorriso di dardeggiante biancore, mi ha augurato il benvenuto.

così mi sono accorta, dopo quasi dieci giorni, di questa virile presenza intorno a me e ho pure capito la ragione per cui le signore che in questo luogo ameno lavorano si addobbano ogni mattina come se dovessero andare ad una festa, truccate e pettinate come al primo appuntamento, perfette in ogni dettaglio, magre e eleganti come modelle.

avevo notato le donne, fin dall’inizio, forse perchè mi sentivo un pò fuori posto con i miei abiti  alla come viene viene, i capelli tirati in una coda severa, gli immancabili occhiali da professoressa. mica per la mortificazione della carne, è che proprio non me ne importa niente. solo al profumo non ho rinunciato, almeno per ora, mi piace troppo.

mi fa sorridere, tutto questo.

una volta, forse, mi sarei messa in competizione, oppure in caccia, agghindandomi al meglio.

una volta, forse, avrei sentito il sangue scorrermi più veloce nelle vene, assaporando il gusto del desiderio.

ora mi piace ammirare la bellezza, naturale ed umana, che poi è la stessa cosa, intorno a me.

la bellezza, incantevole e fragile come un fiore di ciliegio, commovente nella sua inevitabile impermanenza.

sorrido di me e del mutamento.

e non mi sono mai sentita così viva.

la foto è di Stephane Barbery, della serie Cerisiers

assoluta abbondanza

2010 gennaio 19
di lineadombre

un paio di volte, nella vita, ho conosciuto l’assoluta abbondanza.

ogni volta è arrivata senza che l’avessi cercata , nè chiesta, nè prevista. come arrivano sempre i veri doni.

tanto veri da non saperli riconoscere, mentre li vivi.

c’è stata un’ora, forse due, subito dopo la nascita di mia figlia, in cui questo dono si è rivelato a me in tutta la sua magnificenza luminosa e mi ha avvolto, anzi ci ha avvolto. perchè di una cosa sono assolutamente certa: la neonata che tenevo sul mio corpo, appena uscita da quel corpo, ne ha goduto insieme a me. eravamo ancora un’unica cosa, fuse benchè già separate.

non avevamo bisogno di niente e di nessuno, tutto ci era stato dato, immerse nella luce non c’era nè fame, nè sete, nè sonno, nè caldo, nè freddo, nè pensiero, nè assenza di pensiero.

calda beatitudine vibrante.

uno stato, un luogo, mi accorgo di non sapere nè poter trovare le parole anche ora che so riconoscerlo, ma non ritrovarlo.

ne ho inciso nella memoria il gusto.

c’è un detto taoista che recita, più o meno, così: il tao di cui si parla non è l’eterno tao.

se quello è il tao la mia ricerca ha un senso ed una meta. anche se non dovessi mai arrivare ho voglia di esser grata.

Io chi sono?

2010 gennaio 12
di lineadombre

«

Esci una sera sotto il vasto cielo stellato, alza gli occhi a quei milioni di mondi sopra la tua testa. Forse su ognuno di essi formicolano miliardi di esseri simili a te, persino superiori a, te per costituzione. Guarda la Via Lattea. In quell’infinità, la Terra non può nemmeno essere considerata un granello di sabbia. La Terra vi si dissolve, sparisce, e con essa sparisci anche tu. Dove sei? Chi sei? Cosa vuoi? Dove vuoi andate? L’impresa cui ti stai accingéndo non potrebbe essere pura follia?
Di fronte a tutti quei mondi, interrogati sui tuoi scopi e le tue speranze, sulle tue intenzioni e i mezzi per realizzarle, su ciò che si può esigere da te, e domandati fino a che punto sei preparato a rispondere. Ti attende un viaggio lungo e difficile; ti stai dirigendo verso un paese strano e sconosciuto. La strada è infinitamente lunga. Non sai se ti potrai riposare, né dove ciò sarà possibile. Devi prevedere il peggio. Devi prendere con te tutto ciò che è necessario per il viaggio.
Cerca di non dimenticare nulla, perché poi sarà troppo tardi per rimediare all’errore: non avrai tempo di ritornare a cercare ciò che hai dimenticato. Valuta le tue forze. Sono sufficienti per tutto il viaggio? Quando sarai in grado di partire?
Ricordati che più tempo passerai per strada, più avrai bisogno di portarti delle provviste, cosa che ritarderà ulteriormente la tua marcia, e allungherà pure la durata dei preparativi. E ogni minuto è prezioso. Una volta che ti sei deciso a partire, perché perdere tempo?
Non contare sulla possibilità di tornare. Questa esperienza potrebbe costarti carissima. La guida si è impegnata soltanto a condurti alla meta, non è obbligata a riaccompagnarti indietro. Sarai abbandonato a te stesso, e guai a te se ti infiacchisci o perdi la strada, potresti non ritornare mai più. E anche se la trovi, resta il problema: tornerai sano e salvo?
Ogni sorta di disavventure attendono il viaggiatore solitario che non conosce bene la via, né le regole di condotta che essa comporta. Tieni a mente che la tua vista ha la proprietà di presentarti gli oggetti lontani come se fossero vicini. Ingannato dalla prossimità della meta verso cui tendi, abbagliato dalla sua bellezza e non avendo misurato le tue forze, non noterai gli ostacoli sulla via; non vedrai i numerosi fossati che tagliano il sentiero. In mezzo a prati verdi cosparsi di splendidi fiori, l’erba alta nasconde un profondo precipizio. É molto facile inciampare e cadervi dentro, se gli occhi non sono attenti a ogni passo che stai per fare.
Non dimenticarti di concentrare tutta la tua attenzione su ciò che ti sta immediatamente intorno. Non occuparti di mete lontane, se non vuoi cadere nel precipizio.
Però non dimenticare il tuo scopo. Ricordatene continuamente e mantieni vivo il desiderio di raggiungerlo, per non perdere la direzione giusta. E una volta partito, stai attento; ciò che hai oltrepassato, resta indietro e non si ripresenterà più: ciò che non osservi sul momento, non lo osserverai mai più.
Non essere troppo curioso, e non perdere tempo con ciò che attira la tua attenzione ma non ne vale la pena. Il tempo è prezioso, e non deve essere sprecato per cose che non sono direttamente in relazione con la tua meta.
Ricordati dove sei e perché sei lì.
Non aver troppa cura di te, e rammenta che nessuno sforzo viene mai fatto invano.
E adesso puoi metterti in cammino.

G.I. Gurdjieff, Vedute sul mondo reale – ed. L’Ottava

»

romitaggio

2009 dicembre 15
di lineadombre

«

Il deserto, la solitudine, la grotta che costituiscono il paesaggio evocato dall’immagine dell’eremita, sono delle pure metafore, segni di spazi interiori.

La solitudine del monte, del deserto, della grotta sono simboli di un cammino necessario per il superamento dei centri di rumore, di agitazione che sono nell’uomo, e tale cammino può essere seguito ovunque, nel deserto come nelle vie della città.

La mente vive immersa in un frenetico fluire di idee, le une aggrovigliate alle altre; si susseguono,  si dissipano, s’incrociano, si suddividono, si moltiplicano, come un turbine indomabile. Credenze si susseguono a credenze; certezze a certezze; dubbi a dubbi; logiche a logiche.

L’eremita sosta in silenzio nel centro di questo ciclone, segue, con paziente distacco, la danza sfrenata delle idee, le pedina fino alle loro più riposte origini. E scopre che molte delle sue idee originali sono plagiate da altri; altre che considerava geniali le ha attinte dai suoi avversari; altre si ricollegano alle tradizioni della famiglia, della scuola, della sua chiesa, del suo partito; altre prese da mille differenti correnti, letture, studi.

Comprende che tutto il bagaglio di idee non conostituisce il suo vero io. Allora scende più profondamente in sè stesso, nella sfera dell’emotività. Lì trasalisce scoprendosi immerso in una marea ascendente di amori, rancori, speranza, disperazione, odio, sconforto.

In mezzo a questo turbine l’eremita si domanda: dov’è il mio io vero?

E scende più profondamente nel suo essere, nel luogo riposto ove sono le radici di tutte le intellezioni e passioni.

Immagini brucianti accorrono da tutte le parti, istinti di perversione, di dominio, di vanità, di crudeltà, di rabbia possessiva, di sadismo sornione; radici ultime di tante ideologie eroiche ed altruistiche, di tante parole d’amore e di generosa dedizione, di tante professioni di religiosità. Un sabba vissuto e sconosciuto.

Senza lasciarsi trascinare dalla disperazione e senza darsi per vinto, l’eremita guarda con occhio fermo e sincero il volto di questi demoni e li contempla con gratitudine come rivelazione scioccante del suo più profondo ed inconfessato essere, e riconoscendoli è in grado di esorcizzarli, di purificare i sentimenti ed i pensieri da ogni ombra.

La discesa agli inferi precede la resurrezione.

»

Giovanni Maria Vannucci, frate dei Servi di Santa Maria.

L’Eremita, in “Servitium”, 12

intanto che passa il tempo

2009 dicembre 11
di lineadombre

«

ma, pure volendo ammettere che tu mi manchi, che potrei fare?

facciamo che sarà per il prossimo giro, come alberi, margherite, licheni, farfalle.

lombrichi o angeli.

non immagini quanto siano belli, i lombrichi quando si avvolgono uno intorno all’altro e ballano.

soprattutto le lombriche, possiedono una grazia straordinaria, con tutte quelle zampette.

come? non hanno zampe? vabè, sono sinuose lo stesso.

si, lo so, tu non ci credi.

che ci sia una prossima volta, intendo.

quindi, lasciamo che le porte scorrevoli si chiudano.

tu da una parte, io dall’altra.

»

la foto è di Nan Goldin

5.7.5..5.7.5

2009 dicembre 9
di lineadombre



stinge il sole

rosso viola nel cielo

prima di sera


si intrecciano

al limite dell’ombra

luci oscure

L’haiku è un piccolo componimento poetico di tre versi, una gabbia sillabica 5.7.5, in cui rinchiudersi con un atto di volontà, per esercizio di concentrazione.


l’immagine riproduce una stampa del pittore giapponese del XVIII secolo, Kitagawa Utamaro 喜多川 歌麿

sublimazione

2009 dicembre 4
di lineadombre

l’altro giorno facevo un gioco, con mia figlia, mentre si facevano esercizi di grammatica: nomi astratti e nomi concreti. abbiamo riso tanto, succede quando si studia per giocare.

qual è la differenza? ho chiesto.  mi ha risposto che l’amore non si può mica toccare come il pane.

sei sicura? proviamo con i colori (si può fare anche con i suoni, ma con la vista mi riesce più immediato).

di che colore è l’odio? nero.
l’invidia? verde.
di che colore è l’affetto? rosa.

e l’amicizia? gialla.

la sapienza? viola.

di che colore è la rabbia? rossa.

e l’amore? rosso.
quindi l’amore è uguale alla rabbia?
no mamma, l’amore è rosso vivo vivo, la rabbia è un rosso più cupo che dà sul marrone.

già, mi dimentico sempre che esistono le sfumature.

e la passione? non ha saputo rispondermi, non l’ha ancora esperita.
io lo so.

la passione è del colore del sangue appena sgorgato.

una volta vedevo l’amore dello stesso colore.
ora è bianco, trasparente, traslucido, luminoso.
prima mi dava dolore, ora beatitutudine, per l’attimo fuggente in cui m’immergo in quella luce.

con quali occhi si percepiscono i nomi astratti?

in questa dimensione empirica la scienza dell’osservabile dice che lo spettro visibile agli esseri umani è quella parte dello spettro elettromagnetico che va dal rosso al violetto,  i colori dell’arcobaleno; a frequenze maggiori e minori vibrano altri colori.

invisibili agli occhi.

funziona nello stesso modo  per il suono, esiste uno spettro sonoro udibile, al di sotto o al di sopra del quale siamo sordi.

quindi nella dimensione del sensibile, la natura dell’uomo, imperfetta benchè perfettibile,  impedisce una percezione completa.

come sono i colori dell’altrove?

quali le vibrazioni di quelle melodie?

… Una sera che il sole tramontava splendidamente, uscì dai cespugli uno stormo di bellissimi e grandi uccelli; l’anatroccolo non ne aveva mai visti di così belli. Erano di un bianco lucente, con lunghi colli flessibili: erano cigni. Mandarono un grido bizzarro, allargarono le loro magnifiche e lunghe ali e volarono via, dalle fredde regioni fino ai paesi più caldi, ai mari aperti! Si alzarono così alti che il brutto anatroccolo sentì una strana nostalgia, si rotolò nell’acqua come una ruota, sollevò il collo verso di loro e emise un grido così acuto e strano, che lui stesso ne ebbe paura. Oh, non riusciva a dimenticare quei bellissimi e fortunati uccelli e quando non li vide più, si tuffò nell’acqua fino sul fondo, e tornato a galla era come fuori di sé. Non sapeva che uccelli fossero e neppure dove si stavano dirigendo, ma ciò nonostante li amava come non aveva mai amato nessun altro. Non li invidiava affatto. Come avrebbe potuto desiderare una simile bellezza!…

Hans Christian Andersen, Il brutto anatroccolo

Non ho peccato abbastanza

2009 novembre 29
di lineadombre

Perchè, alla fine, è sempre a Me che devo tornare.

Là, nel punto esatto da cui partii.

Un cerchio il viaggio, una spirale l’andare e il ritornare.

Da ogni viaggio, porto con me la Perla e scarto il fango.

—–

SONO UNA DONNA

Nessuno può immaginare
quel che dico quando me ne sto in silenzio
chi vedo quando chiudo gli occhi
come vengo sospinta quando vengo sospinta
cosa cerco quando lascio libere le mani.
Nessuno, nessuno sa
quando ho fame quando parto
quando cammino e quando mi perdo,
e nessuno sa
che per me andare è ritornare
e ritornare è indietreggiare,
che la mia debolezza è una maschera
e la mia forza è una maschera,
e quel che seguirà è una tempesta.

Credono di sapere
e io glielo lascio credere
e  avvengo.

Hanno costruito per me una gabbia affinché la mia libertà
fosse una loro concessione
e ringraziassi e obbedissi.
Ma io sono libera prima e dopo di loro,
con loro e senza loro
sono libera nella vittoria e nella sconfitta.
La mia prigione è la mia volontà!
La chiave della mia prigione è la loro lingua
ma la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio
desiderio
e il mio desiderio non riusciranno mai a domare.

Sono una donna.
Credono che la mia libertà sia loro proprietà
e io glielo lascio credere
e avvengo.

Jumana Haddad, da “Non ho peccato abbastanza”.

L’immagine è di Shirin Neshat, artista iraniana, sotto l’immagine Chaos of Paradise, un dono prezioso.