La rosa di Paracelso

2009 Novembre 20
di lineadombre


(De Quincey: Writings. XIII. 345.)

Nel suo laboratorio, che occupava le due stanze del seminterrato, Paracelso chiese al suo Dio indefinito, a qualunque Dio, di inviargli un discepolo.

Cadeva la sera.

Il fuoco languiva nel camino gettando intorno ombre regolari. Alzarsi per accendere la lampada di ferro era troppo faticoso. Distratto dalla stanchezza, Paracelso dimenticò la sua preghiera. La notte aveva cancellato i polverosi alambicchi e il fornello da alchimista quando bussarono alla porta.

Insonnolito, Paracelso si alzò, salì faticosamente la breve
scala a chiocciola e socchiuse un battente. Uno sconosciuto entrò. Era molto
stanco. Paracelso gli indicò una panca; l’altro sedette e attese. Per un certo
tempo non scambiarono tra loro nemmeno una parola. Il maestro fu il primo a
parlare.
“Ricordo volti d’Occidente e volti d’Oriente, disse, non senza una certa enfasi.
Non ricordo il tuo. Chi sei tu e che vuoi da me?”
“Il mio nome non ha importanza, replicò l’altro. Ho camminato tre giorni e tre
notti per entrare in casa tua. Voglio diventare tuo discepolo. Ti ho portato tutti
i miei beni”. Tirò fuori una borsa e la rovesciò sulla tavola. Le monete erano
molte, e d’oro. Paracelso notò nella sua mano sinistra una rosa.

La rosa lo inquietò.

Si chinò, giunse le estremità delle dita, e disse: “Tu mi credi capace di
elaborare la pietra che trasmuta gli elementi in oro e mi offri oro. Non è l’oro
ciò che cerco, e se è l’oro che ti interessa, tu non sarai mai mio discepolo”.

“L’oro non mi interessa, rispose l’altro. Queste monete non sono altro che una
prova del mio desiderio di apprendere. Voglio che tu mi insegni l’Arte. Voglio
percorrere al tuo fianco la via che conduce alla Pietra, anche se dovessimo
viaggiare per molti anni. Lasciami attraversare il deserto. Lasciami intravedere
almeno da lontano la terra promessa, anche se gli astri me ne vieteranno
l’accesso. Ma prima di intraprendere il viaggio, io voglio una prova”. Il giovane
levò in alto la rosa. “Affermano, disse, che tu puoi bruciare una rosa e farla
rinascere dalle ceneri, per opera della tua arte. Lascia che io sia testimone di
questo prodigio. Ecco ciò che ti chiedo; poi la mia vita sarà tua”.

“Sei molto credulo, disse il maestro. Non so che farmene della tua credulità;
esigo la fede”.
L’altro insistette. “È proprio perché non sono credulo che voglio vedere coi miei
occhi l’annientamento e la resurrezione della rosa”.

Paracelso rifletté. Infine disse: “Se lo facessi, tu diresti che si tratta di
un’apparenza imposta ai tuoi occhi dalla magia. Il prodigio non ti donerà la
fede che cerchi. Dunque lascia stare la rosa”.

Sempre diffidente, il giovane lo guardò. Il maestro alzò la voce e gli disse: “E
inoltre, chi sei tu per introdurti nella dimora di un maestro ed esigere da lui un
prodigio? Che hai fatto per meritare simile dono?”.
L’altro replicò, tremando: “So bene che non ho fatto nulla. Ti chiedo, in nome
dei molti anni in cui studierò alla tua ombra, di lasciarmi vedere la cenere e poi
la rosa. Non ti chiederò altro. Crederò alla testimonianza dei miei occhi”.
Bruscamente, afferrò la rosa rossa e la gettò tra le fiamme. Il colore si perse e
rimase solo un po’ di cenere. Per un istante infinito egli attese le parole e il
miracolo.

Paracelso era rimasto impassibile. Disse con strana semplicità: “Tutti i medici e
tutti gli speziali di Basilea affermano che io sono un mistificatore. Forse essi
sono nel vero. Qui riposa la cenere che fu rosa e che non lo sarà”.

Il giovane si sentì pieno di vergogna. “Ho agito imperdonabilmente. Mi è
mancata la fede che il Signore esigeva dai credenti. Lasciami ancora guardare
la cenere. Tornerò quando sarò più forte e sarò tuo discepolo e in fondo al
cammino vedrò la rosa”.
Parlava con passione autentica, ma quella passione era la pietà che gli ispirava
il vecchio maestro, tanto venerato, tanto attaccato, tanto insigne e perciò tanto
vuoto. Chi era lui, Johannes Grisebach, per scoprire con mano sacrilega che
dietro la maschera non c’era nessuno?

Lasciare le monete d’oro sarebbe stata un’elemosina. Le riprese uscendo.
Paracelso l’accompagnò ai piedi della scala e gli disse che sarebbe sempre
stato il benvenuto. Entrambi sapevano che non si sarebbero rivisti mai più.
Paracelso rimase solo. Prima di spegnere la lanterna e di sedersi nella poltrona
consunta, raccolse nell’incavo della mano il piccolo pugno di cenere e disse una
parola a bassa voce.

La rosa risorse.

- Jorge Luis Borges -

·

Mi sono fatta un regalo, generosamente dispendioso.

Borges, Tutte le opere.

Due volumi preziosi, ben rilegati; custodia di cartone, copertina blu, pesante, carta sottile e fragile.

M’immergo fra le pagine, talvolta solo per aspirarne la fragranza.

L’immagine è tratta da Splendor Solis, manoscritto alchemico che viene fatto risalire al leggendario  Salomone Trismosin insegnante di Paracelso,  e rappresenta Mercurio, la Regina Bianca.


risonanza

2009 Novembre 17
di lineadombre

dubbio

2009 Novembre 12
di lineadombre

Antares

è che quando leggi intensamente e a lungo non per passare il tempo, per distrarti, bensì con l’intenzione ferma di apprendere,  a un certo punto senti premere sulla fronte da dentro,  sacca gonfia oltre la sua capienza.

le idee hanno una loro massa, ingrassano i neuroni, cibo.

così  ho lasciato andare la mente, il corpo a giacere nella notte, molto fermo nel letto.

nessuna uscita fuori dal corpo, nessuna risalita di kundalini, nessuna fontanella sprigionante bagliori.

solo mente, manas, immaginazione.

e lei si è fatta un giro, libera.

si è allontanata, sempre di più. guardandomi distesa dal soffito della stanza,  poi oltre, se ne è andata sulla luna, e ancora oltre, rimbalzando fra i pianeti, fino al sole.

la terra sempre più piccola, pallina,  briciola roteante. tutto quello che amo, ciò che conta per me, la vita, questa vita brulicante, pensieri, passioni, sensi, emozioni, conoscenza, tutto scomparso.

ma quella non si è accontentata e se n’è andata fuori,  fino a quando il sistema solare è diventato un atomo, invisibile.

finchè ha trovato il limite, oltre non si poteva andare.

prima di ritornare nel suo caldo involucro carnale e confortevole, là, ove si ascolta la musica delle sfere, è risuonata la domanda, quella domanda, cristallina e irridente.

a chi importa?

l’immagine viene da qui e rappresenta la Via Lattea, regione dello Scorpione. In basso a sinistra si vede Antares, cuore dello Scorpione, una rossa-supergigante, circondata da una nebula gialla.

sotto le stelle:

Le strade parallele, Giuni Russo e Franco Battiato (aria siciliana)

Domenica giornata di scirocco
fuori non si può stare
per fare un po’ di fresco
socchiudo la finestra
e mi vado a riposare.

La stessa aria con la sua potenza scioglie i miei pensieri
un cuore vola se all’ombra prendi forma e ti presenti
non posso riposare.

Il sole ora entra dentro il mare e fanno l’amore
non c’è cosa più grande
tu sei la vera sorgente
che sazia i sentimenti.

La stessa aria col suo calore cresce e mi tormenta
il cuore vola sentendo schizzi d’acqua di fontana
nel mio giardinetto mi piace stare solo
mi piace stare sola.

Trad. di Rina Accardo

quando sono diventata un frutto

2009 Novembre 7
di lineadombre

uma

Maschio e femmina mia madre mi ha messa all’ombra della luna

Ma Adamo fu sacrificato alla mia nascita

Immolato ai mercenari della notte

E per consolarmi

Mi lavò con acqua torbida

E mi portò sul pendio di ogni montagna

Per lo spettro del silenzio e il rumore delle domande mi rese docile

Mi consacrò a Eva lo stupore e la trasformazione

mi impastò con il buio e la luce

Un tempio ai diavoli del paradiso.

Straniera crebbi e nessuno si preoccupò del mio grano

Ho preferito disegnare la mia vita su una pagina bianca

Mela che nessun albero partorì

Poi ritagliarla e uscirne

Una parte di me vestita di rosso,

un’altra parte di me in bianco

Non ero solo dentro e fuori del tempo

Perché ho avuto origine nei meandri celati

Prima di nascere pensavo

Di essere una massa abbondante

Di avere dormito a lungo

Di avere vissuto a lungo

E quando sono diventata un frutto

Ho saputo quel che mi attendeva.

Ho detto ai maghi di prendersi cura di me

Allora mi hanno presa.

Era la mia risata

Bella e imbarazzata

Volavo sulle piume di un uccello

e di notte diventavo un guanciale

Hanno gettato il mio corpo nei talismani

e hanno cosparso il mio cuore

con il nettare della follia

Mi hanno recato un silenzio e dei racconti

E fatto in modo che io vivessi senza radici.

E da quel momento vago da un luogo all’altro

Indosso una nuvola ogni notte e parto

Solo io mi dico addio solo io mi do il benvenuto

Volo per sentirmi libera non perché ho paura

Torno dal desiderio non dal fallimento

la mia costanza è il mare e la mia bussola è la tempesta

nell’amore non getto l’ancora in nessun porto

il mio corpo è il viaggio e la mia morte è nel fermarmi

di notte lascio gran parte di me stessa

per abbandonarmi a un forte abbraccio

quando ritorno i miei fratelli gemelli

sono la distanza e le isole

l’onda e la sabbia della spiaggia

il rifiuto e il desiderio voluttuoso della luna

l’amore e la morte dell’amore

chi comprende il mio ritmo mi conosce

mi segue

però non mi raggiunge mai.

– Joumana Haddad -

la danza di shiva-nataraja può essere la selvaggia e violenta tandava o la dolce danza che seduce Uma, la perfetta, la “difficile da comprendere”.

è una danza intollerabile per la sua soavità ed oltraggiosa nella sua furia, seducente, insinuante.

è vita e morte, creazione e distruzione, manifestazione e riassorbimento.

trasformazione.

trasmutazione.

il suo ritmo è ipnotico, pare che nasca da qualche parte, dentro, in profondità, negli Eoni che furono e in quelli che saranno.

è spaventosa.

e magnifica.

la scultura in alto rappresenta l’abbraccio fra Shiva ed Uma, la frase in corsivo viene da qui

tre

2009 Novembre 2
di lineadombre

mario giacomelli - un uomo una donna un amore

Davvero ho la sensazione perdurante di aver vissuto molte vite in questi pochi anni e di essere stata molto amata, non sempre come avrei desiderato, ma comunque amata. Non posso fare a meno di chiedermi il perchè, cosa io abbia fatto per meritarmi tutto questo amore e, alla fine, l’unica risposta che so darmi è questa: ho amato.

Il re degli elfi ho amato di un amore incerto, confuso e permanente, senza limiti, l’amo anche adesso per le porte che aprì senza curarsene, per la passione ardente e per il sogno, per tutte quelle notti senza sonno e la poesia che seppe suscitarmi, l’amo per il sorriso lieve e per l’oltraggio, l’amo per il piacere cerebrale, l’assenza ed il rifiuto che m’inflisse, per gli artigli e le rose, per questa intermittente nostalgia, l’amo perchè mi riamò senza volere.

Il viaggiator cortese ho amato per lo sguardo, per l’eros caldo di mattine fredde, l’amo anche adesso perchè mi trasse in salvo quell’io stregato che, ostinatamente, s’intestardiva dentro a un  labirinto, l’amo per il suo desiderio sorridente, il thè bianco e le fragole, il rispetto, l’ascolto e l’ironia, l’amo per la sua mente acuminata e quella sua ragione puntigliosa, l’amo perchè mi manca all’improvviso una piccola cosa di tante e tante che condividemmo.

Ma poichè arriva il tempo e scegliere si deve, scelgo la roccia, la mia roccia fragile, lui che di me conosce antiche angoscie, ciabatte e malumori  e sa placarmi panico e ansia con la sua mano grande, lui che mi ascolta come fossi oracolo e s’incanta paziente alle mie storie. Lui incerto ed egoista, inconsapevole, lui forte e debole, lui da tanto tempo.

Scelgo la roccia e l’amo per la vita che insieme abbiamo dato e insieme coltiviamo con tremore. L’amo perchè ha sbattuto contro il muro la gatta furibonda e le sue smanie, l’amo perchè di tutte le mie fughe non mi chiese mai niente, l’amo perchè è cambiato nel dolore, l’amo per questi nostri corpi ritrovati, perchè indulge a viziarmi con piacere e mi sprona severo alla bisogna.

Li tengo dentro, al caldo del mio cuore, amori miei gentili e appassionati, crudeli e dolci, amanti tanto amati.

Ho dato, ho preso e li ringrazio assai, benchè mi renda conto finalmente che di me non hanno capito quasi niente.

Il cuore di una donna è gran mistero ma nessuno osi dir non è sincero.

La foto è di Mario Giacomelli e fa parte della serie  “Un uomo, una donna, un amore”.

the unending rose

2009 Novembre 2
di lineadombre

carol fontes

Nel cinquecentesimo anno dall’Egìra

la Persia guardò giù dai suoi minareti

l’invasione delle lance del deserto

e Attar di Nishapur contemplò una rosa

e le disse con parole senza suono,

più come uno che pensa che come uno che prega:

La tua fragile sfera è nella mia mano. Il tempo

c’incurva entrambi e ci ignora

questo pomeriggio di un giardino perduto.

La tua forma lieve è umida nell’aria.

La incessante marea  del tuo profumo

investe la mia vecchia faccia che declina.

Ma ti ho conosciuto assai prima di quel bambino

che ti scorse negli strati d’un sogno,

oppure qui, in questo giardino, una mattina.

La bianchezza del sole può esser tua

o l’oro della luna o la vermiglia

fermezza della spada nella vittoria.

Io son cieco e ignorante ma intuisco

che son molte le strade. Ogni cosa

è infinite cose. Sei musica,

fiumi, firmamenti, palazzi ed angeli,

rosa profonda, illimitata, intima

che il Signore mostrerà ai miei occhi morti.

- Jorge Luis Borges -

Farid al Din ‘Attar  è stato un poeta mistico persiano, fu ispiratore di Jalal al Din Rumi per le sue concezioni del sufismo.

Borges lo immagina vecchio e cieco, come vecchio e cieco era anch’egli,  nell’atto di parlare a una rosa, mentre la Persia subiva l’invasione dei Mongoli.

Così, mentre il mondo brucia e gli eventi precipitano l’uno sull’altro senza tregua, è possibile cercare l’incanto di una rosa.

Chiedo scusa per l’infima qualità della traduzione. Se qualcuno volesse godere della bellezza del verso nella lingua originale, può trovarla qui.

auguri d., alla tua vita.

la foto è di Carol Fontes

Inneres auge

2009 Ottobre 27
di lineadombre

Come un branco di lupi che scende dagli altipiani ululando
o uno sciame di api accanite divoratrici di petali odoranti
precipitano roteando come massi da altissimi monti in rovina.

Uno dice che male c’è a organizzare feste private
con delle belle ragazze per allietare Primari e Servitori dello Stato?
Non ci siamo capiti
e perché mai dovremmo pagare anche gli extra a dei rincoglioniti?

Che cosa possono le Leggi dove regna soltanto il denaro?
La Giustizia non è altro che una pubblica merce…
di cosa vivrebbero ciarlatani e truffatori
se non avessero moneta sonante da gettare come ami fra la gente.

La linea orizzontale ci spinge verso la materia,
quella verticale verso lo spirito.
Con le palpebre chiuse s’intravede un chiarore
che, con il tempo e ci vuole pazienza,
si apre allo sguardo interiore: Inneres Auge, Das Innere Auge

La linea orizzontale ci spinge verso la materia,
quella verticale verso lo spirito.
Ma quando ritorno in me, sulla mia via,
a leggere e studiare, ascoltando i grandi del passato…
mi basta una sonata di Corelli, perchè mi meravigli del Creato!

Franco Battiato

L’indignazione senza falsità del genio musicale di Battiato, nel suo nuovo singolo il cui titolo significa Sguardo Interiore, mi sorprende ancora e ancora mi tocca in profondità il cuore e la mente e mi spinge alla perseveranza.

datta – dayadhvam – damyata

shantih shantih shantih   (*)

dona – sii compassionevole – controllati

pace pace pace

(*) i due versi sono gli ultimi del poema epico-iniziatico di Thomas Stearn Eliot La terra desolata, a loro volta citazione dalle Upanishad vediche.

domenica, pomeriggio

2009 Ottobre 25
di lineadombre

Ho finito adesso di sistemare la cucina perchè ci siamo alzati tardi da tavola. Abbiamo perso un pò di tempo dopo pranzo, sbucciando pistacchi  e spremendoci le meningi con gli enigmi matematici del figlio grande che, poche ore prima, mi aveva accompagnato a votare per le primarie del pd, votando anche lui per la prima volta ed emozionandosi alquanto.

Mentre tornavamo a casa pensavo che probabilmente si ricorderà di questo giorno, come è successo a me la prima volta che votai per le politiche, una bella X grande sul PCI che allora esisteva e oggi non più, sentendomi compresa di una responsabilità troppo grande per me.

Sta venendo su strano, tutto sua madre. Ciò mi soddisfa e mi preoccupa.

La piccola ha la febbre, trattasi con ogni evidenza di quella porcellina, staremo a vedere se ne saremo tutti contagiati, ciò non ci impedisce per il momento di baciarci e mescolare i  virus.

Non c’è vaccino che tenga.

Lei, comunque, canticchia.

Si è vero, manca la poesia, quando racconti cose di tutti i giorni, piccole ore che scorrono pacifiche in attesa del buio che oggi arriverà un’ora prima sfasandoci i ritmi circadiani ed alterandoci l’ipotalamo.

Mancano le spremute di cuore,  l’uragano della passione, l’oceano agitato delle acque del desiderio e tutta quella roba là.

Eppure, non ne sento la mancanza.

Mi chiedo, a volte, dove sono stata in tutti questi anni e perchè e mi viene il terrore perchè avrei anche potuto sbagliare i tempi o non arrivare proprio più, in tempo. Poi mi placo e mi rispondo che è necessario affrontare le tempeste  per ritrovare la calma  dei venti e saperne apprezzare appieno il valore.

Vado a portare il cane, prima che venga sera.

l’autunno è buono

2009 Ottobre 18
di lineadombre

castagne

E’ successo un pomeriggio, verso le cinque, che è finita l’estate.

Noialtri si stava in casa quando è arrivato il vento all’improvviso a portarcela via, senza un saluto.

Sbattevano porte e finestre, volavano panni e sulla strada’ si schiantavano gli alberi. Dieci minuti prima sotto quell’albero c’era la mia macchina, con me dentro.

Non era venuto per me il vento, quella volta.

Ci doveva essere ancora del tempo, per cuocere castagne e scottarsi le dita, profumando la casa dell’odore.

Tempo per infilarsi rabbrividendo sotto le coltri e stringersi al calore del corpo noto.

Non sono nata, io, per esser sola.

viola fresca aulentissima

2009 Ottobre 11
di lineadombre

zena holloway

ben arrivata, creatura bella,

sei fortunata,

nata da madre che conosce Amore,

con te dovrà impararLo in nuova forma.

ti auguro ogni gioia della vita, estasi e pace

e di tormenti pochi

possa tu possedere la saggezza

e la voglia d’infrangerne i divieti

e comprensione alta del reale

di ciò che è in alto come ciò che è in basso

e un cuore vivo e rosso di passione

e sangue allegro e dolce di sorrisi

che non ti manchi mai la gentilezza

che tu sappia difenderti dal male

discernimento e incanto

poesia

accompagnino sempre la tua strada

sia canto la tua voce

e sii felice

sotto la foto di Zena Holloway, un concerto per viola d’amore di Vivaldi.