Salta al contenuto

Invettiva

9 dicembre 2011

Rendete veramente giustizia o potenti,
giudicate con equità gli uomini?
No! Voi commettete iniquità con il cuore,
sulla terra le vostre mani soppesano violenza.

Sono traviati i malvagi fin dal seno materno,
sono pervertiti dalla nascita i mentitori.
Sono velenosi come un serpente,
come una vipera sorda che si tura le orecchie
che non segue la voce degli incantatori,
del mago abile nei sortilegi.

Spezzagli, o Dio, i denti nella bocca,
rompi, o Signore, le zanne dei leoni.
Si dissolvano come acqua che scorre,
come erba calpestata inaridiscano.

Passino come bava di lumaca che si scioglie,
come aborto di donna non vedano il sole.
Prima che producano spine come il rovo,
siano bruciati vivi, la collera li travolga.

Il giusto godrà nel vedere la vendetta,
laverà i piedi nel sangue dei malvagi.
Gli uomini diranno: «C’è un guadagno per il giusto,
c’è un Dio che fa giustizia sulla terra!».

Antico Testamento – salmo 58

Ardhanarishvara*

13 ottobre 2011

 

Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai.

Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori.

Lì ti cercavo.

Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature.

Eri con me, e non ero con te.

Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te.

Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace.

- Agostino d’Ippona, Confessioni, X:27 -

 

* Il nome ‘Ardhanarishvara’ è la combinazione di tre parole: ‘ardha’, ‘nari’ e ‘ishvara’, che rispettivamente significano ‘metà’, ‘donna’ e ‘dio’; perciò Ardhanarishvara è il Dio metà donna.
Ardhanarishvara rappresenta la sintesi perfetta ed omnipervadente delle energie maschili e femminili dell’universo che è considerata strumento della creazione.

Sapienza

14 giugno 2011

Tutto il mondo davanti a te, come polvere sulla bilancia,
come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra.
Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi,
non guardi ai peccati degli uomini,
in vista del pentimento.
Poiché tu ami tutte le cose esistenti
e nulla disprezzi di quanto hai creato;
se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure creata.
Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non vuoi?
O conservarsi se tu non l’avessi chiamata all’esistenza?
Tu risparmi tutte le cose,
perché tutte son tue, Signore, amante della vita,
poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose.

Antico Testamento – Libri poetici e sapienziali
Sapienza, 11:22,26, 12:1

A testa alta, rilettura

23 dicembre 2010

Ad aprile 2008, scrivevo il post che segue.

All’epoca il mio blog era una casa piena di ospiti, anche troppo frequentata, certi giorni avevo oltre 500 visite, una cosa imbarazzante che mi obbligava alla responsabilità di ogni singola parola.

Non era più un gioco nè una terapia, stava diventando una cosa seria.

Così ho chiuso baracca e burattini, da un giorno all’altro ho traslocato in questo luogo quasi sempre silenzioso.

Oggi ho letto quest’articolo di Concita De Gregorio e mi sono commossa. Che posso farci, ho la lacrima facile di questi tempi, sarà l’età.

E’ il caso, forse, di un esame di coscienza.

Rileggere ciò che ci si è proposti a botta calda può essere utile per verificare se si è tenuto fede agli impegni, quelli presi con sè stessi sono i più importanti di tutti.

Parrebbe di si.

Si resiste, da queste parti.

——–

26 Aprile 2008

non mi interessano più di tanto litanie e diatribe su colpevoli e innocenti, vincitori e vinti.

parto da un dato di realtà, nudo e crudo, perchè non mi posso permettere di perdere tempo piangendomi addosso.

non ho ricette e, benchè abbia rovesciato tasche e borse, non ho trovato neppure un brandello di verità; tuttavia so cosa farò.

a testa alta.

continuerò a lavorare ogni giorno con scienza e coscienza, con fatica e dedizione.

continuerò ad occuparmi dei miei figli e, se, come hanno promesso, dovessero cancellare la Resistenza dai libri di scuola, spolvererò i miei vecchi libri e racconterò le cose come sono andate, luci ed ombre comprese. se dovessero dire che i mafiosi sono eroi, parlerò a voce alta e chiara di tutti quelli che, per difendere le istituzioni e la civile convivenza, hanno sacrificato la vita e l’hanno fatto senza parere, come fosse una passeggiata, consapevoli che ogni giorno poteva essere quello giusto. per morire.

se in televisione si vedranno solo nani e ballerine, se la volgarità e il consumo prevarranno, metterò una sinfonia di Beethoven, un concerto di Mozart e ascolteremo musica, leggendo favole e poesie. se la sopraffazione diventerà l’unica legge, mi difenderò.

non mi chiuderò in casa: troverò tempo da condividere, tempo per bere un bicchiere di vino in buona compagnia, per ballare, cantare una vecchia canzone stonata, tempo per sorridere e farmi le smorfie allo specchio per canzonare la malinconia, tempo per guardare il mare, tempo per la gentilezza, tempo per la fantasia.

pretenderò che i miei diritti inviolabili siano rispettati, in ogni sede, ma non dimenticherò di adempiere ai miei doveri inderogabili, perchè gli uni non esistono disgiunti dagli altri.

continuerò a praticare i valori in cui credo e cercherò, nei limiti umani, di trasmetterli, con i fatti prima che con le parole, ai miei figli. proverò a insegnargli l’armonia, la bellezza, il rispetto, la dignità.

ne farò degli alieni pensanti.

perchè il pensiero è l’unica difesa e l’ultimo baluardo.

i miei figli sono il futuro, mio e di questo paese.

questo paese che amo e detesto, questo paese che non lascerei neppure se potessi farlo, benchè ne abbia sentito, forte, il desiderio.

questo paese che è la mia patria. ha la medesima radice di padre, questa parola desueta, e, come i padri, è amata e odiata allo stesso tempo, come i padri protegge e disillude.

è facile dire: me ne vado, fottetevi.

ma non tutti possono farlo, men che meno i deboli, gli indifesi.

questo paese ha un governo legittimamente eletto, starò a guardare come governerà, con spirito critico. li giudicherò passo per passo, avranno il mio fiato sul collo.

io resto qui e resisto.

so che non sarò sola.

Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi, perchè è in ciò che sta l’essenza della dignità umana”

- Giovanni Falcone -

Cha no yu 湯

7 dicembre 2010

 

Al magico contatto con il bello le corde più segrete si risvegliano
e noi, trasalendo, vibriamo in risposta al suo richiamo.
Lo spirito parla allo spirito.
Ascoltiamo quel che non è stato detto,
contempliamo quello che non si può vedere.
Il Maestro fa scaturire note che non sappiamo da dove provengano.
Ci tornano alla memoria ricordi da tempo immemorabile dimenticati,
ricchi di un senso nuovo.
Speranze che la paura aveva soffocato,
flussi di tenerezza che avevamo timore di riconoscere si offrono
nuovamente a noi,
arricchiti di uno splendore che non conoscevamo.
- Okakura Kakuzo, Il libro del tè -

omnia sunt communia

30 novembre 2010

 

e ancora sento d’essere a metà,

spezzata.

il cuore a mezzo della barricata.

Pontiac

27 novembre 2010

Questa era la storia di una rivolta, anche se qualcuno l’ha chiamata cospirazione e qualcun altro
semplicemente guerra.

Di solito le rivolte sono senza nome, le si ricorda per data di nascita e
nazionalita’: il ’68 francese, il ’77 bolognese, la rivoluzione d’Ottobre, il ’48, i moti del ‘20/’21,
Genova 2001. Altre volte indossano lettere maiuscole, e il loro nome comune diventa mito: la
Lunga Marcia, la rivoluzione dei Garofani, la Resistenza. Ma un nome proprio, nel senso di
proprieta’, non ce l’hanno davvero. Le rivolte sono di molti, oppure niente. Passano da un luogo
all’altro, ma non si accasano mai e nessuno puo’ dar loro il suo cognome. Se qualcuno glielo
affibbia e’ perche’ vuole vederle finire in fretta.

Se catturi Spartaco, puoi dire di aver sconfitto
la rivolta di Spartaco, anche se nel film di Kubrick c’e’ quella scena col centurione romano che
chiede “Chi di voi e’ Spartaco?” e gli schiavi si alzano, uno alla volta: “Io sono Spartaco”, “Io
sono Spartaco”, “Io sono Spartaco…”
Cosi’, il tuo nome a questa rivolta devono averglielo dato i nemici. Gli stessi che poi l’hanno
dato pure a un’automobile.
La producono ancora, la Pontiac, nella stessa citta’ dove fanno la Cadillac.
Motor City. Detroit.
Com’e’ andata a finire l’hanno raccontato in molti, anche quelli che non lo sapevano affatto.
Ti hanno ammazzato nel bosco o in un forte dell’Illinois, ti hanno ammazzato per invidia o
per vendetta, per vendetta o gelosia, e’ stato il marito di un’amante o il nipote di un uomo che
avevi bastonato, c’e’ lo zampino degli inglesi o e’ solo colpa del rum.
Di sicuro non eri al tuo villaggio. Pare ti avessero cacciato, dicevano che t’eri venduto, che
non volevi piu’ combattere solo perche’ ti trattavano da gran capo, ti riempivano di regali che
avresti dovuto spartire.
Hai avuto molte morti, e non e’ strano, per uno che sapeva essere ottawa e francese, profeta
dell’arco e guerriero col fucile, devoto a Geova e a Nanabush.
Hai avuto molte morti, ma non la risposta che cercavi.
Nemmeno a me importa chi sono
Italiano, ottawa, francese, inglese
uno da solo puo’ anche vantarsi di essere clandestino
Ma devo sapere cosa siamo

Alleati? Cittadini?
Stranieri? Dipendenti?
Bestie? Precari? Tribu’?
Devo sapere cosa siamo
perche’ non sia precaria,
straniera,
la dignità.

da Wu Ming, Pontiac

 

 

le due nature

20 novembre 2010

«Due uccelli, compagni inseparabili, stanno sullo stesso albero; l’uno mangia il frutto dell’albero, l’altro guarda ma non mangia» (Mundaka Upanishad, 3° Mundaka, 1° khanda, shruti 1)

Molti indizi, che un’osservazione imparziale può trasformare ben presto in certezza, ci portano a sentire che in noi vi sono due nature: la prima, personale o individuale, relativamente accessibile al nostro abituale modo di percepire, è nello stesso tempo organica e psichica (o animale e animica); l’altra, molto meno facile da percepire, è sentita come la partecipazione a qualcosa di più vasto dell’individuo e per questo la definiamo spirituale, addirittura universale, e infatti non sappiamo bene come parlarne.
L’attenzione che gli uomini le dedicano è per ciascuno molto variabile e cambia secondo i momenti della vita; eppure quasi tutti, per lo meno in certi moneti, debbono riconoscere che hanno percepito in se stessi, accanto alla loro tendenza egocentrica e personale, questo bisogno d’infinito o d’”assoluto”.

A partire dal momento in cui un uomo si volge così verso se stesso, interrogandosi e sforzandosi di comprendere ciò che egli è, e ciò che potrebbe essere, gli appare la possibilità di vedersi in due modi diversi e di avere, per così dire, due tipi di “attività”, due tipi di vita di significato diverso. Una è completamente rivolta all’esterno, centrata soprattutto sull’efficacia, sull’utilità, sul rendimento dell’”individuo” nell’ambito della società cui appartiene.

Questo modo di vivere è quello che la civiltà occidentale ha sviluppato più d’ogni altro. Per realizzarlo ci vogliono diversi anni di aducazione, di formazione, di apprendistato, di studi, di specializzazione, di aggiornamento, etc., e l’efficacia raggiunta nella vita esteriore è il massimo valore con cui si classificano gli “individui”.
L’altro modo di rivolgersi verso se stessi, l’altro tipo di “attività”, riguarda la vita interiore: è centrata soprattutto sulla “realizzazione” delle potenzialità dell’individuo, sullo sviluppo delle facoltà e delle qualità personali che caratterizzano la sua natura umana e, di conseguenza, permette l’accesso (o il “ritorno”) a “livelli di vita” o a “mondi” che la vita e l’attività esteriore non fanno nemmeno supporre.
Questa maniera di vivere, poco nota alla civiltà occidentale, è quella che è stata maggiormente sviluppata in alcuni strati delle civiltà orientali e il suo sviluppo, per coloro che la intraprendono, necessita di tempo e di cure, di formazione, di ricerca e di studi metodici, molto più di quanti non ne richieda la vita esteriore.

Queste due forme di vita possono sembrare dapprima contraddittorie e, in effetti, in un certo senso lo sono; tuttavia, è evidente che ognuna corrisponde ad una delle nature dell’uomo e che un uomo completo deve vivere con entrambe.

da Jean Vaysse, Verso il risveglio a se stessi

Yoga

23 luglio 2010

In questi ultimi anni si è parlato spesso, a proposito e a sproposito, di Yoga; anzi, questa parola è stata talmente profanata che oggi se ne diffida persino, anche se poi non si sa esattamente che cosa veramente voglia dire.
La parola Yoga deriva dalla radice yuj che denota l’”atto di aggiogare” e, nel nostro caso specifico, risolvere le turbolenze mentali e fisiche in modo da ottenere una perfetta unità coscienziale la quale va oltre i limiti del pensiero, quindi di là dalle categorie del tempo-spazio.

Vi sono, ovviamente, molti tipi di Yoga, dall’Hatha all’Asparsha metafisico. Quello che stiamo trattando è il Raja yoga codificato da Patañjali, quello regale (raja) che porta alla reintegrazione.

Lo Yoga non è una religione, come comunemente si intende questo termine, è invece una scienza, la scienza che studia l’ente nella sua totalità; è anche filosofia perché offre una visione della vita e della natura. In quanto scienza di ordine sperimentale, quindi è eminentemente pratico; in quanto filosofia è teoria, per cui esso consiste di teoria e prassi.
Lo Yoga, come qualunque Dottrina tradizionale, non cerca di convincere nessuno, non impone ad alcuno le proprie convinzioni Filosofiche e la propria prassi; vive e si esprime nella dignità di ciò che è.  Se qualcuno ne ha un concetto errato e perché –soprattutto in Occidente– se ne è fatto una semplice professione, un mercato, una parodia, degradando ciò che è sacro, per quanto queste siano pur sempre eccezioni.
Alcuni poi, per semplice spirito di contraddizione, possono denigrare ciò che non comprendono; altri danno giudizi per “sentito dire”, senza avere nozione o conoscenza diretta della materia; altri poi –per interesse di parte– hanno le loro ragioni per denigrare; taluni, avendo paura del “diverso”, del nuovo, della stessa sana ricerca –psicologica, filosofica, ecc.– fuggono e cercano di far fuggire altri che si lasciano convincere per gli stessi motivi; altri ancora sono solo beghini, bigotti, in qualunque campo dell’attività umana, e temono il “diverso” anche perché pensano ingenuamente di possedere la verità assoluta; altri non hanno alcuna istanza di nessun genere, vegetano soltanto e naturalmente non possono ammettere che alcuni si avviino per qualche ricerca; altri vivono solo di istinti-sentimenti-passioni e quando vedono che un certo tipo di ricerca può frustrare la loro condizione psicologica temono, si ribellano e “condannano”; altri, essendo aggrappati al loro “io” bambino, fuggono per spirito di autoconservazione.

Gli individui vivono a diversi gradi di evoluzione, di sviluppo intellettivo e coscienziale, e spesso è difficile creare rapporti, non perché si è beceri, ma perché si è su due lunghezze d’onda diverse, si vive su due piani opposti, su stati vibratori differenti. E ciò può capitare senz’altro nello stesso nucleo familiare, fra fidanzati, compagni e amici.

Quale può essere, dunque, l’atteggiamento del ricercatore verso il mondo sociale o l’”inconscio colleltivo”? Diremo di estremo riserbo, possibilmente di silenzio; l’”inconscio collettivo” è pressato da certe esclusive e peculiari necessità: lavoro per vivere, famiglia per evitare la solitudine, acquisizione di cose materiali, divertimento, negazione di ogni tipo di ricerca che non sia finalizzata a scopi peculiarmente materiali. L’”inconscio collettivo” non vive, ma si lascia vivere; non crea, ma dipende; non pensa, ma si lascia pensare. Esso è un’enorme sedimentazione, incrostazione, detrito di credenze, opinioni, fideismi, emozioni, passioni, interessi materiali e sensoriali, convinzioni non sorrette dalla ragione, cose queste che si perpetuano da millenni e che sono sovrapposte alla pura intelligenza. Un’altra caratteristica dell’”inconscio collettivo” è che la sua credenza (pístis per Platone), e persino la semplice immaginazione (eikasia), è elevata a verità assoluta, quindi esso è dogmatico, e chi la pensa in modo diverso è anche deriso, spesso combattuto. II nuovo, il diverso per l’”inconscio collettivo” (e naturalmente per gli enti che vi soggiacciono) rappresentano una minaccia, per cui si difende nervosamente, a volte violentemente. Psicologicamente si può dire che sono le difese dell”‘io” il quale si sente spaventato e minacciato nei riguardi della sua credenza, alla sua opinione. Uscire dal proprio alveo consolidato non è facile, né è dei più.
Un qualunque esponente di un nucleo familiare che esca un po’ dal solito ménage consolidato può essere rienuto “anormale”.

Il “gregge” impone determinati comportamenti, e chi vuole uscirne deve fare molta attenzione; è stato sempre così nella storia dell’umanità. Il “diverso” viene normalmente visto con sospetto e, quando è possibile, anche neutralizzato. Gesù afferma: «Appo Iddio i savi sono pazzi e i pazzi sono savi», e la stessa Bhagavad Gita recita: «Ciò che è giorno per il saggio è notte per l’ignorante».

Può sembrare veramente strano e insolito che la ricerca, qualunque essa sia, anche quella della verità filosofica, spirituale, psicologica, ecc., il vivere conforme a certi principi che esulano dal comune opinare (doxa), l’affinamento di sé non debbano essere apprezzali dai più, purtroppo è così e bisogna arrendersi all’evidenza.

L’uomo pone sempre le sue speranze nell’oggetto (apparenza) lontano, anziché trovare nel suo ambito più immediato il sostanzialmente vero. Dice Pindaro: «La categoria più inconcludente tra gli individui è quella di coloro che denigrano ciò che è loro vicino per rivolgersi verso ciò che è lontano, lasciando che le loro speranze irrealizzabili inseguano fantasmi».

D’altra parte, quel sincero ricercatore che sente una precisa “vocazione” e un’autentica direttiva coscienziale non può non procedere.

Tradire gli altri non è lecito, ma tradire se stessi è suicidio.

Quanto si è detto è solo una semplice disamina di certi stati psicologici sia individuali sia appartenenti, secondo la psicologia, all’”inconscio collettivo”, e come tale va considerato e meditato. D’altra parte non abbiamo detto niente di nuovo, tutto ciò è noto a filosofi, psicologi e pedagoghi; noi abbiamo cercato di metterlo solo in evidenza.

A chi è essenzialmente indirizzato lo Yoga? A coloro che, per esperienza diretta, per intuizione superconscia, per fede nel principio di trascendenza, per maturità coscienziale, per sete di ricerca della verità, ecc., possono sentire la “chiamata” alla comprensione di sé.

Lo Yoga è la scienza del conoscersi per Essere. Lo Yoga porta l’ente a ritrovarsi unità, mentre l’individuo in genere è molteplicità, dicotomia, conflittualità. Nel suo vivere tra pensiero e azione v’è sempre contraddizione, spesso opposizione; la coscienza viene lacerata dall’irrequietezza delle energie psico-fisiche causando anche stati paranoici e nevrosi di varia natura. Il Raja yoga colma le scissure, integra il mondo della dualità abbracciando, con un colpo d’ala, la sfera del sensibile e dell’intelligibile. Il Raja yoga, perseguito con lealtà e vocazione, svela la Beatitudine e la Pienezza che sono della pura Coscienza, di là da ogni oggetto-evento di ogni ordine e grado.

Dal desiderio appropriativo ed egoistico (amore di sé) lo Yoga di Patanjali porta a svelare l’Amore che si dona, si offre; Amore che non è debolezza, passività o passionalità, ma comprensione sapiente e solare.

V’è un’altra considerazione da fare ed è questa: alcuni possono pensare che solo la Tradizione orientale sia eminentemente pratica, realizzativa, interessata più al Soggetto ultimo che all’oggetto formale, più diretta alla coscienza che all’erudizione mentale fine a se stessa. Ciò però può essere molto riduttivo. In Occidente vi è stata sempre una Tradizione iniziatica la quale, per essere tale, si è proposta la trasformazione effettiva, pratica e vitale dell’ente.
Quella antica, per esempio, era una filosofia di ordine realizzativo, trasformante; aveva come finalità non la semplice speculazione concettuale, ma la realizzazione di uno stile di vita, di uno stato di coscienza. La dialettica filosofica era e dovrebbe essere un preciso processo di liberazione dell’Anima dalle illusioni mondane, dalle proiezioni dianoetiche e dai vari piaceri sensoriali; proponendo essa una visione del vero essere che è anche autentico Bene. Lungo il tempo, però, con la prevalenza della concezione materialistica e positivista, tale concezione è venuta a sfumarsi fino a perdere la stessa essenza del filosofare per essere. Nell’epoca moderna asserire di vivere, di esprimere coerentemente la filosofia di un Parmenide, Platone o Plotino potrebbe sembrare anacronistico, per cui quei pochi che vogliono perpetuare la “visione di vita” della Tradizione filosofica occidentale (l’Oriente direbbe: jñana marga = via della Conoscenza, quella che la dea propone a Parmenide) devono trovarsi in circoli chiusi e nel silenzio.

da La via regale della realizzazione (Yogadarsana) di Patanjali
traduzione dal sanscrito e commento di Raphael

ed. Asram Vidya

pagg. 9-14

Inno alla materia

21 aprile 2010

Benedetta sii tu, aspra Materia, sterile gleba, dura roccia, tu che cedi solo alla violenza e ci costringi a lavorare se vogliamo mangiare.

Benedetta sii tu, pericolosa Materia, mare violento, indomabile passione, tu che ci divori se non t’incateniamo.

Benedetta sii tu, potente Materia, Evoluzione irresistibile, Realtà sempre nascente, tu che, spezzando ad ogni momento i nostri schemi, ci costringi ad inseguire, sempre più oltre, la Verità.

Benedetta sii tu, universale Materia, durata senza fine, Etere senza sponde, triplice abisso delle stelle, degli atomi, e delle generazioni, tu che travalicando e dissolvendo le nostre anguste misure, ci riveli la dimensione di Dio.

Benedetta sii tu, impenetrabile materia, tu che, ovunque tesa tra le nostre anime ed il Mondo delle Essenze, ci fai languire dal desiderio di forare il velo senza cucitura dei fenomeni.

Benedetta sii tu, mortale Materia, tu che, dissociandoti un giorno in noi, c’introdurrai necessariamente nel cuore stesso di ciò che è. Senza di te, o Materia, senza i tuoi attacchi, senza i tuoi strazi, noi vivremmo inerti, stagnanti, puerili, ignoranti di noi stessi e di Dio. Tu che ferisci e medichi – tu che resisti e pieghi – tu che sconvolgi e costruisci – tu che incateni e liberi – Linfa delle nostre anime, Mano di Dio, Carne del Cristo, o Materia, io ti benedico.

Ti benedico, o Materia, e ti saluto, non già quale ti descrivono, ridotta o sfigurata, i pontefici della Scienza ed i predicatori delle Virtù, ma quale tu mi appari oggi, nella tua totalità e nella tua verità.

Ti saluto, inesauribile capacità d’essere e di trasformazione in cui germina e cresce la Sostanza eletta.

Ti saluto, universale potenza di ravvicinamento e d’unione, che lega tra di loro le innumerevoli monadi ed in cui esse convergono tutte sulla strada dello Spirito.

Ti saluto, sorgente armoniosa delle anime, cristallo limpido dal quale è tratta la Gerusalemme nuova.

Ti saluto, Ambiente divino, carico di potenza Creatrice, Oceano mosso dallo Spirito, Argilla impastata ed animata dal Verbo incarnato.

Credendo di rispondere al tuo irresistibile appello, gli uomini spesso, si precipitano per amor tuo nell’abisso esterno dei piaceri egoistici.

Un riflesso li inganna, oppure una eco.

Lo vedo adesso.

Per raggiungerti, o Materia, bisogna che, partiti da un contatto universale con tutto ciò che, quaggiù, si muove, sentiamo via via svanire nelle nostre mani le forme particolari di tutto ciò che stringiamo, sino a rimanere alle prese con la sola essenza di tutte le consistenze e di tutte le unioni.

Se vogliamo possederti, bisogna che ti sublimiamo nel dolore dopo averti voluttuosamente stretta fra le nostre braccia.

O Materia, tu regni sulle vette serene ove i santi pensano di evitarti, Carne così trasparente e nobile che non ti distinguiamo più da uno spirito.

Portami su, o Materia, attraverso lo sforzo, la separazione e la morte, portami dove sarà finalmente possibile abbracciare castamente l’Universo.

da Pierre Teilhard de Chardin,  La potenza spirituale della Materia – Queriniana Editrice

quando ero molto piccola avevo un amico invisibile.
a dir la verità non saprei dire se fosse maschio o femmina.
non aveva volto, però mi faceva compagnia.
non sapevo ancora parlare bene ma lui/lei/esso mi parlava.
solo io potevo sentirlo.
uno dei miei primissimi ricordi è di me, piccola, seduta nel box (una specie di piccola gabbia senza tetto che si usava una volta per tenere i bambini quando le mamme avevano da fare), che giocavo con lui.
non ricordo cosa dicesse, ma so che c’era.
non mi sentivo mai sola, stavo benissimo nel box e non avevo mai paura.
non davo fastidio, avevo il mio bel da fare a starlo a sentire.
a un certo punto se n’è andato.
sarebbe meglio dire che ho smesso di sentirlo, c’era troppo chiasso là fuori.

ora, dopo tutti questi giri senza senso, questi viaggi senza meta, mi pare a volte di sentirlo di nuovo.
un sussurro, una vibrazione, un barlume.

a volte canta nelle parole d’altri, altre nello stormire delle foglie, nel fragore dell’onda, nell’odore del collo di mia figlia.

a volte nel silenzio.

si perde un sacco di tempo in cose inutili per tornare sempre al principio.
guardare il mondo con gli occhi di un bambino è stupore senza fine.

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.